PMI E L’ACCELERAZIONE ECOSISTEMICA – INTERVISTA A TAL BEN SHAHAR

PMI E L’ACCELERAZIONE ECOSISTEMICA – INTERVISTA A TAL BEN SHAHAR

Di Tal Ben Shahar, Professor of Positive Psychology, Harvard University

D. Professor Shahar, vorrei iniziare da un intervento a cui ho assistito allo IESE di Barcellona, in particolare da una frase che ha pronunciato e sottolineato in maniera molto forte: «Concediamoci il permesso di essere umani». La frase di per sé è potente e mi sembra si possa collegare alle emozioni. Quando le limitiamo, infatti, ciò che offriamo agli altri è la nostra idea peggiore. In questo periodo di evidente difficoltà cosa si sente di consigliare alla comunità del business, che ha una grande responsabilità nei confronti di molte persone, cosa si sente di consigliare riguardo alla possibilità di essere umani?

R. Di questi tempi le emozioni sono estreme. Siamo tutti preoccupati per il futuro delle imprese, ma anche per la nostra salute e per quella delle persone care. Il livello di ansia è molto alto e allo stesso tempo viviamo anche altre emozioni forti, frustrazione, incertezza. Il modo migliore per gestire queste emozioni, paradossalmente, non è di rifiutarle, perché così l’intensità non può che aumentare. Il modo migliore per gestire queste sensazioni dolorose è prima di tutto accoglierle, permettere a noi stessi di provarle. Sì, siamo esseri umani. Se lo facciamo, se le lasciamo fluire, a un certo punto spariranno così come sono arrivate, ed è solo allora che potremo prendere decisioni sensate e razionali. Quindi, che si tratti di prendere decisioni o di essere più felici, la chiave sta innanzitutto nell’accogliere le infelicità, nel dare a noi stessi il permesso di vivere l’intera gamma delle emozioni umane.

D.: C’è, invece, un secondo concetto che sto valutando in questi giorni e proviene da una frase di Anne Frank: «Potete sempre dar qualcosa, non foss’altro che gentilezza». Durante questa emergenza stiamo vedendo molti esempi di generosità e di solidarietà. Cosa pensa riguardo a questi due valori? Come hanno a che fare con le società e come possono collaborare? Perché è importante avere questo tipo di approccio anche nel business?

R. Se pensiamo bene a quale sia il fondamento del capitalismo, lo troveremo nella competizione. Certo, c’è competizione nel capitalismo, ma c’è molta più collaborazione. Quante persone devono collaborare per consentirci di essere qui oggi? quante persone devono collaborare per fare la camicia che indosso? Persone da tutto il mondo.

Quindi fare impresa significa innanzitutto collaborare. E collaborare è particolarmente importante nei momenti difficili perché porta tutti a un livello superiore ed è proprio ciò che occorre fare. Dobbiamo sostenerci a vicenda e lavorare insieme, questa è la vera logica win-win. Vinciamo noi come individui, noi come gruppo, noi come organizzazione, noi come ecosistema.

La collaborazione e la capacità di essere generosi sono anche il fondamento della felicità. Stare meglio e far stare meglio gli altri è una strada a doppio senso: quando aiutiamo gli altri aiutiamo noi stessi, e quando aiutiamo noi stessi aiutiamo gli altri.

D.: Credo sia un messaggio molto importante per la comunità e per l’approccio ecosistemico. Un’altra domanda che vorrei farle riguarda l’idea secondo cui il successo porta alla felicità, ma si pensa sia vero anche il contrario, cioè che la felicità porti al successo. Allora, come può la felicità portare al successo?

R. C’è un pregiudizio diffuso tra i genitori e tra gli educatori e anche nel management, ossia che la strada per la felicità debba passare per il successo. In altre parole, se sono bravo mi attendo un aumento, una promozione, la quotazione in borsa. E allora sarò felice. Sfortunatamente non funziona così. Il successo porta alla felicità, ma è una felicità momentanea, un breve picco nel nostro stato di benessere.

Questo non significa che non ci sia alcuna relazione tra successo e felicità, ma che il rapporto funziona nella direzione opposta. Non è il successo che porta alla felicità, ma piuttosto la felicità che porta ad avere successo, migliorando il nostro benessere anche di poco, del 3 o del 4%. Diventiamo più capaci di pensare out of the box, in altre parole diventiamo più creativi, più innovativi e questa è indubbiamente la cosa più importante che possiamo fare a livello professionale, soprattutto in tempi di grandi sfide. Quindi più felicità equivale a più creatività, ma anche a più produttività e motivazione, perché anche questi aumentano se aumenta il livello di benessere personale. Siamo più coinvolti e più concentrati quando siamo più felici. Migliorano altresì le relazioni e lo spirito di squadra, sia in famiglia sia sul lavoro. Inoltre, abbiamo osservato che anche la salute, la resilienza fisica e quella psicologica si rafforzano se siamo più felici. In tutti i campi il benessere psicologico ci consente di ottenere di più, di fare meglio a livello personale e a livello professionale. In ultima analisi possiamo affermare che la felicità paga, è un buon investimento, per l’individuo, per il team, per l’organizzazione e per la società

D. Questo concetto di benessere è anche fortemente collegato al nostro comportamento durante la giornata, come dormiamo, come ci relazioniamo con il cibo, come facciamo esercizio, ma anche con aspetti più spirituali, come la mindfulness o la compassione. Ho letto di un suo progetto su questa idea. Ha qualche suggerimento per trasferire questo concetto nella vita quotidiana?

R.: Certo, questo è proprio il tema a cui ho dedicato e dedico la mia vita con l’Happiness Studies Academy. Ciò che facciamo è basarci su evidenze scientifiche per dimostrare come sia possibile incrementare i livelli di benessere psicofisico. Per esempio, sappiamo che praticare una regolare attività fisica, anche solo per 30 minuti tre volte a settimana, ha lo stesso effetto sul nostro benessere dei più potenti psicofarmaci. Infatti funziona allo stesso modo, rilasciando norepinefrina, serotonina e dopamina, i cosiddetti ormoni della felicità. Quindi l’attività fisica migliora la concentrazione e la creatività, e anche la produttività, tutti i benefici di cui parlavo prima legati alla felicità. Le organizzazioni che incoraggiano i propri dipendenti a fare attività fisica e movimento con regolarità saranno molto probabilmente più innovative, saranno più efficaci e resilienti in tempi difficili, perché la resistenza fisica contribuisce a migliorare la resistenza mentale.

Ad esempio, poi, praticare meditazione per cinque minuti al giorno o fare yoga tre volte la settimana o altro, come ascoltare musica o pregare, sono tutte forme di mindfulness, che significa “consapevolezza del presente”, che possono contribuire molto al successo e alla felicità di individui e organizzazioni.

Nelle organizzazioni è importante, inoltre, dal punto di vista sia del benessere che del successo, la possibilità di sbagliare. Infatti, Amy Edmondson, professoressa alla Harvard Business School, parla dell’importanza di creare sicurezza psicologica in un team e anche a casa. Questo è il fondamento della collaborazione, perché se si ha paura di sbagliare si ha paura di provare, di mettersi in gioco, e quindi di collaborare.

Infine un’altra cosa che può veramente aiutare ad aumentare i livelli di benessere e di successo è la capacità di esprimere la gratitudine, non dare per scontati i nostri piccoli o grandi successi. C’è uno studio di Teresa Amabile della Harvard Business School che evidenzia come le persone che si concentrano sui propri progressi, in altre parole coloro che sono in grado di apprezzare ciò che sono riusciti a fare, sono in ultima analisi non solo più felici, ma anche più creativi e più produttivi. Quindi saper apprezzare, non dare per scontati i propri progressi, essere grati per ciò che si ha, anche i momenti difficili, può contribuire sia a migliorare il livello di benessere sia a migliorare la nostra performance.

D.: È molto interessante se consideriamo il quadro all’interno del quale si muovono molte società, questo approccio di comando e controllo nel quale ovviamente si danno ordini e vige una sensazione di paura. E quando c’è paura la nostra capacità di creare e di innovare viene bloccata. Per contro, se c’è una percezione di sicurezza possiamo permetterci di fare anche degli errori. Si tratta di un concetto molto importante per la comunità, perché significa che anche in questi giorni critici c’è un timore che limita le nostre emozioni. Ciò che possiamo fare comunque è cercare di rafforzare la nostra capacità di innovare, di essere creativi, e questo naturalmente si collega alla fiducia.

Come crede che la fiducia, che normalmente è associata all’incontro fisico, possa essere ricostruita in un mondo che sta diventando più digitale?

R.: Questa è un’ottima domanda. È un tema importante sempre, ma ancor più in un momento come questo, perché in fondo se si chiede agli altri di essere con noi anche quando sono lontani, un fattore cruciale sarà proprio la fiducia.

Recentemente in Potentialife Angus Ridgway ed io abbiamo fatto diversi studi sui tipi di management e leadership necessari al giorno d’oggi. Invece del modello command and control, invece di power and influence, ciò di cui abbiamo bisogno sono positività e autenticità. Questi sono gli elementi essenziali per il management oggi. Positività e autenticità si generano in vari modi, creando, ad esempio, un contesto di sicurezza psicologica, oppure attraverso l’ascolto, o con la propria presenza; quindi non parlando, ma ascoltando, accogliendo. Se ascolto una persona, anche se poi non seguo i suoi consigli, questa persona si sentirà valorizzata e apprezzata, si sentirà meritevole di fiducia e di conseguenza disposta a fidarsi. Se sento che ti fidi di me, sarò più disposto a darti fiducia.

Il modo in cui noi, come manager e leader, dimostriamo di avere fiducia è dedicando del tempo ad ascoltare veramente ciò che gli altri hanno da dire. Quindi direi che oggi l’ascolto è alla base di questa fiducia. Di certo l’ideale sarebbe ascoltare di persona, ma anche quando siamo sui social media, oppure on line, possiamo comunque ascoltare, essere presenti per gli altri, comunicare riconoscimento e fiducia, ottenendo a nostra volta riconoscimento e fiducia.

D. Un’ultima domanda che è una considerazione finale sulla nostra comunità di ecosistemi. Cosa pensa della felicità? Quale sarà il suo futuro in questa situazione di crisi? Come potrà rafforzare la collaborazione e l’ecosistema non soltanto tra individui e società, ma anche in un gruppo di persone?

R.Quando proviamo dolore tendiamo a ridurre la realtà alla sola sofferenza, in altre parole ci concentriamo sul problema da affrontare. Se invece puntiamo a far crescere la felicità, come dice Barbara Ferguson della University of North Carolina, allarghiamo la nostra visuale e costruiamo. Quindi possiamo restringere la nostra prospettiva con la sofferenza, oppure ampliarla e costruire con la felicità. Questo è il tipo di pensiero e di visuale di cui abbiamo bisogno. Oggi, dobbiamo pensare in modo creativo, guardare oltre noi stessi, oltre la nostra organizzazione e verso la collaborazione. Dobbiamo anche spingere lo sguardo oltre i confini nazionali, perché abbiamo imparato, ora più che mai, quanto siamo interconnessi.

Per avere una prospettiva sistemica, invece che sintomatica, non c’è nulla di più importante che far crescere i livelli di benessere. Oggi non è più un privilegio per pochi, è una necessità concentrarsi, come società, come organizzazioni e come individui, proprio sulla felicità.

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